Per decenni il software ha governato il mondo in silenzio. Banche, compagnie assicurative, reti di trasporto, persino le nostre relazioni sentimentali: tutto scorre attraverso righe di codice comprensibili soltanto a una ristretta élite di iniziati. Sviluppatori e ingegneri informatici hanno esercitato per anni un potere quasi esoterico, custodi di un linguaggio incomprensibile ai più.

Oggi qualcosa di profondo sta cambiando. L'intelligenza artificiale non si limita ad affiancare il software tradizionale: lo sta assorbendo, trasformando e, in certi casi, sostituendo dall'interno. La barriera all'ingresso che per generazioni ha separato chi sa programmare da chi non sa è crollata con una velocità sorprendente.

È questo il cuore della riflessione di Francesco Maria De Collibus, che anticipa i temi del suo libro dedicato alla macchina che si autoprogramma. La domanda centrale non è più tecnica, ma politica e culturale: se chiunque può oggi istruire una macchina a scrivere codice, chi detiene davvero il potere? E soprattutto, chi ne risponde?

La democratizzazione degli strumenti di sviluppo apre scenari inediti. Da un lato, libera energie creative in settori prima esclusi dall'innovazione digitale. Dall'altro, dissolve le responsabilità, rende opachi i processi decisionali e alimenta una nuova forma di dipendenza tecnologica, forse ancora più invisibile della precedente.

Viviamo immersi nel software come pesci nell'acqua, ignari della sua presenza finché qualcosa non si rompe. Con l'AI che si autoprogramma, il rischio è di non accorgerci nemmeno di quello.